Philip José Farmer, il fabbricante di universi


 A tutti sarà capitato di leggere in giovane età i libri di qualche autore che poi, nel corso degli anni, non viene più abbandonato. Almeno finché vive (il lettore, non l’autore!).
Poi, come penso accada sempre, ognuno di noi ha i suoi “periodi letterari”, nei quali ci si affeziona ora all’uno, ora all’altro autore, senza per questo dimenticarsene man mano che il tempo passa.
Per quanto mi riguarda c’è stato il periodo in cui ho divorato i libri di Jules Verne; c’è stato il periodo Salgari (curiosamente il Salgari usava spesso il verbo “odimi”, inteso come “ascoltami”, ma io per motivi che non ho mai scoperto - e conoscendo la mia mente contorta forse è meglio che non conosca mai - leggevo sempre “odiami”: mi pareva strano che Salgari scrivesse “odiami”, ma lo prendevo per buono: insomma, chi ero io per dirgli quel che doveva scrivere?), e il periodo “qualunque cosa va bene”.  
Ad ogni modo tengo a precisare che tutti i volumi degli autori appena citati venivano dalla biblioteca della scuola (elementare) che frequentavo. Non so come siano le scuole elementari adesso, ma di sicuro al tempo ci tenevano a far leggere roba buona ai giovani virgulti!
Più o meno nel periodo in cui frequentavo le scuole medie – di pari passo con l’evoluzione dei gusti musicali tipo E.L.P., Black Sabbath, Deep Purple & compagnia bella, Pink Floyd compresi  – cambiava anche il gusto in fatto di letture: i volumi di Urania erano tutti miei e così anche quelli di Cosmo Oro e Cosmo Argento.
Ma chi gliel’ha fatto fare a Editrice Nord di sospendere le pubblicazioni di roba così buona?
Ok, lo so: se una collana non “tira” c’è poco da fare. Si cambia registro per far quadrare i conti. Ma ci tenevo lo stesso a leggere quei volumi.

E ora veniamo al dunque: la scoperta di Philip José Farmer (n. 1918, m. 2009).
Come al solito chi effettua qualche ricerca in Rete troverà una buona quantità d’informazioni biografiche e bibliografiche su di lui.
Qui vorrei soffermarmi sui suoi romanzi che ho letto e sulla sua – riconsiderata a posteriori – genialità e profondità nel trattare alcuni temi.
Beh, non sempre, a dire il vero; certo, anche Farmer a volte ha peccato di superficialità - o forse aveva solo dei vincoli contrattuali da rispettare scrivendo qualunque cosa pur di campare, in realtà non lo so - e a volte ha scritto delle vere ciofeche, ma in generale ha dato dimostrazione di notevole talento.
Raramente è stato un cultore del parlare forbito – più o meno scriveva come magnava – e dal modo di scrivere mi sa tanto che faceva tutto di getto, al punto che in ben più di qualche occasione ho avuto l’impressione che a tratti non sapesse più come sbrogliare la matassa ma – bravo lui – in qualche modo ci riusciva.
Al di là della sua fama di iconoclasta e dissacratore, i temi trattati da Farmer sono in generale fra i più sentiti a livello universale: la morte, l’amicizia, il senso della vita, l’amore - carnale e non solo – e non ultime le vette di ferocia e perfidia raggiungibili dagli esseri umani.
A suo tempo gli furono commissionati anche dei romanzi porno – quando andavano tanto di moda, anni Settanta mi pare – e si racconta che l’editore gliene rifiutò uno perché…era troppo spinto! Roba da non credere…
Questo per far notare come Farmer fosse un autore che si spingeva sempre ai limiti in quel che scriveva.
Passerei ora a una breve disamina dei suoi libri che ho letto, magari soffermandomi su qualcuno in particolare.

Anzitutto il ciclo del Mondo del Fiume, del quale ho letto i primi cinque romanzi, scritti fra il 1971 e il 1983 (“Il fiume della vita”, “Alle sorgenti del fiume”, “Il grande disegno”, “Il labirinto magico”, “Gli dei del fiume”).
L’idea del fiume lungo milioni di chilometri, sulle cui rive viene fatta risorgere – per un esperimento – l’intera umanità è una genialata assoluta: l’azione si svolge nell’arco di svariati decenni (sul Fiume non si invecchia e se si muore si risorge…ma col trucco) e i protagonisti sono personaggi più o meno famosi vissuti nell’arco dei secoli passati.
Ne ricordo qui alcuni: Richard Francis Burton, esploratore; Alice Heargraves (quella che ha ispirato Lewis Carroll per il suo Paese delle Meraviglie); Giovanni Senzaterra (questo lo conoscete tutti); Samuel Langhorne Clemens (e se non vi ricordate chi era pensate a “Tom Sawyer”). E un sacco d’altri, sui quali non mi soffermo, limitandomi a notare come Farmer abbia eseguito un lavoro di fino nel documentarsi su tutti loro: i personaggi – molti dei quali mai sentiti nominare- risultano così attuali, come se fossero ancora tra noi.
Mentre la maggior parte dei risuscitati si accontenta di vivacchiare lungo le rive del Fiume, altri vogliono conoscere da dove nasce e dove arriva; chi ha costruito quel mondo e perché. Insomma, il mondo del Fiume diventa un pretesto per scavare a fondo nelle azioni e nelle motivazioni degli uomini e sul lungo tragitto da fare per arrivare alla perfezione e in particolare sul desiderio di conoscere il perché delle cose.
Com’è naturale la trama è parecchio complicata – si intrecciano le storie di moltissimi personaggi nell’arco di moltissimi anni – ma fin dall’inizio si comprende che tutti quei percorsi tendono allo stesso punto: la scoperta delle sorgenti del Fiume e di chi sta dietro tutto questo, qualunque sia il prezzo da pagare, e devo dire che fin dall’inizio la saga mi ha preso, al punto che non vedevo l’ora della pubblicazione del libro successivo.
Quello che preferisco è il quarto – Il labirinto magico – anche perché è quello più ricco d’azione e al tempo stesso di introspezione e di trasporto – anche emotivo – durante la lettura.
Un po’ carente “Gli dei del fiume”, non tanto per la scrittura o per la complessità dei temi trattati – la relazione fra le persone, la disperazione, le speranze deluse – ma perché l’azione si svolge in una sola ambientazione e a volte si ha l’impressione – come già detto – che l’autore non sapesse come tirarsene fuori.     
Sul primo libro del Ciclo del Fiume ci hanno anche fatto un film, ma non ve lo consiglio: c’ha ben poco a che fare con l’originale ed è molto superficiale rispetto ai temi trattati. Se non lo vedete non perdete niente.
Ad ogni modo in questo ciclo l’autore (come del resto in quello dei Fabbricanti di Universi) inserisce il suo alter ego: un personaggio che rappresenta in un certo modo il suo modo di essere presente in quel mondo immaginario (che a questo punto non si sa quanto fosse o no immaginario per Farmer). Si tratta di un personaggio il cui nome richiama  - con le iniziali – l’autore, in questo caso si tratta di Peter Jairus Frigate (PJF come Philip Josè Farmer) che, pur non essendo un personaggio fra i più importanti, ha un suo ruolo e la sua importanza nella narrazione, fungendo un po’ da moderatore fra i caratteri dei personaggi principali…senza rinunciare a una buona dose di ironia se non anche sarcasmo.

La trilogia di Dayworld (“Il sistema Dayworld”, “Il ribelle di Dayworld”, “La caduta di Dayworld”): nonostante si tratti di una trilogia – scritta fra il 1985 e il 1990 – e nonostante le grandi promesse, qui Farmer – a mio parere – toppa clamorosamente.
L’idea di partenza era più che buona: in un mondo sovrappopolato ogni cittadino vive un giorno alla settimana – gli altri giorni essendo in animazione sospesa – e così il cittadino del martedì non sa cosa succede gli altri giorni. Lui vive solo di martedì…qualcun altro di mercoledì e così via.
Come sempre il personaggio principale è un ribelle che non si assoggetta alle regole ferree della società e vive – per così dire – trasversalmente: si sveglia tutti i giorni. Inutile dire che diventa il ricercato numero uno da parte di polizia e Governo.
Poi però il Nostro si perde per strada in tanti rivoletti di scarsa importanza. Un solo libro più corposo e senza tanti fronzoli sarebbe stato probabilmente migliore. 
Degli anni ’50 è invece il volume “Notte di luce”, che raccoglie diversi racconti sistemati in modo da formare un unico romanzo.
Il tema è in assoluto uno dei più controversi e – penso – comuni a tutte le creature senzienti: la religione o, più precisamente, l’esistenza o meno di una divinità.
Questo è un tema che ricorre spessissimo nella produzione di Farmer, e penso che sia indice di una esigenza interiore destinata a rimanere senza risposta (almeno in questo Small Blue Dot, e se esiste un Aldilà). (Nota 1)
Dal mio punto di vista considero opere minori romanzi quali “Il sole nero” (la Terra sta morendo in un futuro imprecisato in cui la civiltà è poco più di un ricordo, con alcuni manufatti che ancora rimangono. Lo definisco “opera minore” ma è in realtà un buon romanzo, davvero buono);  Il figlio del Sole” (dopo un viaggio interstellare lunghissimo l’equipaggio di una astronave trova una Terra completamente diversa, in cui ha preso piede un vero e proprio culto della sessualità); “Primo contatto  - del 1973 – (qui si esplora la possibilità di contatto con lo spirito dei defunti, ma in modo del tutto originale!).
Non mancano le rivisitazioni dei classici in chiave fantascientifica: il divertente “Il diario segreto di Phileas Fogg” è una rivisitazione del “Giro del mondo in ottanta giorni” di verniana memoria…ma con un tocco in più.
Il protagonista, infatti, fa il giro del mondo per combattere nientepopodimeno che…un’invasione aliena, a insaputa del genere umano!
Venere sulla conchiglia”, pubblicato sotto lo pseudonimo di Kilgore Trout, è un’altra intrusione nel territorio del trascendente. Il protagonista, preso possesso di un’astronave cinese (che per inciso assomiglia a non vi dico cosa, visto che è lunga e cilindrica con due motori di forma sferica all’estremità), chiede al computer di bordo di portarlo in Paradiso, in preda al bisogno di conoscere il significato dell’esistenza.
Da qui parte una serie di avventure fra il serio e il faceto, ma con un amarissimo finale: il Creatore dell’Universo esiste, ma non ha motivo di interessarsi delle miserie umane.
Forse un senso all’esistenza non c’è, e se c’è è inconoscibile. Almeno mi par di capire che sia questa la conclusione cui giunge Farmer.
Il tema viene ripreso anche in “Il distruttore”, del 1981, particolarissimo per l’ambientazione: un’astronave araba (si chiama Al Buraq) con Comandante e Secondo di bordo di religione islamica, che tenta di impedire la distruzione di tutti i pianeti abitati da creature intelligenti ad opera di un manufatto che si ritiene inviato da un’entità superiore.
Un po’ come chiedersi non solo perché esistiamo, ma anche se meritiamo davvero di esistere.
Il finale è aperto; più precisamente una fine c’è, ed è ben definita, ma non si capisce quale sia il risultato del sacrificio del protagonista che, come password per l’esplosione finale (e che nelle sue intenzioni dovrebbe distruggere il mortifero manufatto), ha scelto il nome di sua madre.
Ma forse – secondo Farmer - è inutile chiederselo, come è inutile cercare significati in cose che non è detto che ce l’abbiano; le ultime parole del romanzo infatti sono: “Niente più domande. Urlò. 
Dove quel che viene urlato è appunto il nome della madre del protagonista.
Non viene dato sapere cosa accade poi, anche se personalmente spero che tutto sia andato per il meglio (nota 2).

Fra quelle che io chiamo “ciofeche” (in modo non del tutto spregiativo, vista la qualità dello scritto) posso citare “Roger two hawks” e “Lord Tyger”, opere senz’altro godibili, ma minori, che a volte sfiorano (beh, sfiorano…mica tanto!) il gusto per il truculento e non mi sembrano portare da qualche parte. Di sicuro con questi romanzi Farmer non intendeva avventurarsi in discussioni impegnate.
Buone per un’avventura fuori porta lunga duecento pagine ma, a mio parere, non molto di più.
Ma dove Farmer mette il meglio di sé stesso è – sempre a mio modo di vedere – la saga dei Fabbricanti di Universi: se la memoria non mi fa difetto, devo aver letto i primi quattro libri negli anni ’70, ed è stata una vera rivelazione: proprio da lì sono partito alla scoperta di questo autore.
Editrice Nord a suo tempo ha pubblicato un tomo comprendente appunto i primi quattro romanzi della serie, mentre gli altri sono usciti in anni seguenti, in volume singolo (si tratta di “Il fabbricante di universi”, “I cancelli dell’universo”, “Un universo tutto per noi” e “Le muraglie della Terra”).
Solo in quest’ultimo Farmer perde un po’ di smalto e le vicende sembrano a volte un po’ tirate per i capelli, ma per il resto fantasia e azione non mancano, anzi!
L’idea di fondo è quella di una stirpe di Signori, dotati di conoscenze tali da consentire loro di creare mini-universi su misura; in particolare quello che contiene il Pianeta dei Livelli è al centro del primo romanzo. Un pianeta costruito a forma di ziggurat, nel quale ad ogni livello corrisponde una civiltà passata della Terra. Qui Farmer attinge alla grande alla mitologia greca, alle culture medievali, alle creature fantastiche in un autentico carosello di avventure vissute dal protagonista Robert Wolff.
Anche qui troviamo una sorta di alter ego dell’autore: un personaggio a nome Paul Janus Finnegan, ma mentre il P.J. Frigate del Mondo del Fiume rappresenta il Farmer più riflessivo e razionale, qui Finnegan appare più come un’immagine ideale di sé, dedita all’azione, alle imprese più incredibili e scanzonate.
Nonostante l’apparenza di romanzi votati ad azione ed esplorazione di situazioni anche al limite dell’assurdo, qui Farmer esplora temi quali l’amore, l’amicizia, la fedeltà ai propri princìpi, la nostalgia per quel che è stato e la possibilità di vivere il futuro in modo migliore.
Temi simili saranno ripresi in seguito – come accennato – ma con un taglio molto più maturo e introspettivo, in particolare nel ciclo del Mondo del Fiume.
Lo stile di Farmer non risponde sempre a uno standard ben definito: a volte le descrizioni e le caratterizzazioni appaiono affrettate, altre volte scende in dettagli minuziosi, e non sempre con reale necessità. Sempre, però, il lettore trova lo spazio per integrare descrizioni e situazioni con la sua immaginazione, cosa che per me è molto gradita.
I personaggi principali del ciclo sono di quelli che lasciano il segno: Podarge, l’arpia pazza; Chryseis, la ninfa con gli occhi da gatto (la sua pupilla è verticale) che da uno stato di iniziale innocenza diventa via via più determinata e spietata; Robert Wolff, che in precedenza era Jadawin, uno dei Signori, pentito della sua condotta passata e deciso a redimersi una volta ripreso il suo posto.   

Nei libri seguenti cambiano personaggi (tranne Finnegan, conosciuto anche come Kickaha, e Jadawin) e ambientazioni, sempre rimanendo nell’ambito di universi sempre sorprendenti, con paesaggi perfino difficili da immaginare (basti leggere I cancelli dell’universo per rendersene conto).
La maturazione interessa anche altri personaggi, in particolare Anana La Splendente, anch’essa Signore di Universi ma che dopo travagliate avventure comprende quanto fosse sbagliata la sua condotta e diviene via via più “umana”.
La ricchezza della saga – in termini di personaggi, situazioni, temi, esplorazioni fantastiche – penso abbia pochi eguali e riesce, nonostante per alcuni Farmer non sia un esempio di “bella scrittura”, a dare vero divertimento e grandi voli di fantasia.
Mi fermo qui: non si tratta di un saggio su un grande scrittore nel suo genere, ma un articolo su un blog, che può dare o meno il via alla sua scoperta da parte di qualche lettore.
Purtroppo devo far notare che i libri di Farmer sono attualmente di difficile reperibilità: ma se qualcuno ne ha voglia, in qualche mercatino dell’usato o in qualche libreria qualcosa si trova.
In particolare, Fanucci ha ristampato non troppo tempo fa l’intera serie del Mondo del Fiume: un ottimo punto di partenza per (ri)scoprire questo autore.  
Personalmente consiglierei di leggere – a chi ne avesse voglia – oltre al ciclo dei Fabbricanti di Universi, anche quello del Mondo del Fiume, ma rigorosamente nell’ordine, altrimenti ci si capisce ben poco: in particola il primo libro è indispensabile, nonostante i continui richiami nei libri seguenti.
 
Nota 1: se cercate in Rete l’immagine del Small Blue Dot troverete un mosaico d’immagini eseguite nel 1990 dalla sonda Voyager 1. L’immagine non è infine un granché, ma se vista con gli occhi giusti fa mancare il fiato. Dateci un’occhiata.
Qui vi riporto le parole scritte dal compianto Carl Sagan sulle sensazioni siscitate da quell’immagine (ah Sagan, un altro grande di cui sento la mancanza):
« Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.
Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l'illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l'unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c'è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora.
Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l'astronomia è un'esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto.
 »
 Nota 2:  appena scritta questa frase mi sono reso conto che ne parlavo come se il fatto fosse realmente accaduto! La fantascienza è un mezzo potente per immedesimarsi in situazioni impossibili!
O forse non proprio impossibili…
 
In questo momento sto ascoltando il disco "Indian summer" di Friedemann Witecka (pressoché introvabile, ma forse su YouTube...)

Commenti

Post popolari in questo blog

Recensione libro: “Le guarigioni del cervello” di Norman Doidge

Recensione film: "Mine"

Recensione film: "La mummia" - 2017