Dove stanno di casa gli angeli?


Il paese è piccolo e la gente mormora” è un detto che si può applicare a qualunque realtà.
Anche alla corsia di un ospedale: un microcosmo di dove puoi sapere tutto anche senza aprir bocca.
Anzi, più stai zitto e più gli altri saranno disposti a chiacchierare. O a monologare, che è la cosa che capita più spesso: quando stai zitto e ascolti succede come nel libro “Momo”, quello di Michael Ende.
Momo stava zitta e gli altri, sentendosi ascoltati parlavano a ruota libera, ringraziandola per averli compresi e consigliati.
All’inizio è sempre un trauma, lo sapete: la signora che grida di notte, le infermiere che corrono e magari senti cos’ha o cosa non ha il vicino di stanza, l’odore classico dei medicinali, eccetera. Tutte cose che sapete.
Che poi, se entri in corsia e trovi quattro guardie che sorvegliano due stanze cominci a chiederti se sei capitato nel posto giusto.
Sì, sei capitato nel posto giusto, ma con un paio di ospiti che non ti saresti aspettato di trovare: di uno si dice che sia un ergastolano; l’altro è colpevole di un reato da 30 anni di carcere, un tipo di reato per cui in Italia è stato coniato un nuovo termine, che comincia con “femmini” e termina con “cidio”.
Davvero ti vien da pensare che le infermiere sono da ammirare: non solo svolgono il loro compito con dedizione, gentilezza e professionalità; ma riescono a superare l’ovvia avversione che - in particolare come donne – devono provare per certi personaggi.
Ma anche i maschi, stando ai commenti che senti.

 


Incredibile il fatto che da parte loro non senti giudizi. Se per qualcuna di loro essere infermiera è una missione, in certe circostanze probabilmente diventa un lavoro e basta, almeno per i pazienti delle stanze sotto sorveglianza.
Le guardie stanno quasi tutto il tempo a darsi il turno di fronte agli ingressi delle camere e magari consultano il cellulare o leggono il giornale, ma senza mai perdere di vista chi è stato loro affidato.
Cortesi ma irremovibili: no, non si può uscire dalla stanza per nessun motivo e no, non si può aprire la finestra.
La maggior parte di quel che si dice lo senti quando ti capita di essere trasportato in altri reparti per esami più specifici: è allora che capisci chi sono i due sotto sorveglianza e che cosa si dice in giro. Basta ascoltare.

E poi ti fanno domande che nemmeno a Rischiatutto facevano: “E’ allergico al mezzo di contrasto?
Non lo sai perché è la prima volta (c’è la prima volta per tutto, anche per il mezzo di contrasto) e quindi ti ritrovi imbottito di cortisonici per limitare il rischio (e ringrazi che ci sia gente che pensa a questo).
Pochi minuti più tardi ti rendi conto di cosa deve provare una donna in preda alle scaldane: se non ti avessero avvisato prima dell’effetto che fa, sarebbe da panico. Per alcuni secondi ti sembra di andare a fuoco. Dentro. Partendo dal braccio, poi la testa e poi giù giù fino all’inguine.
Finalmente l’esame termina, sperando che non ci siano altri appuntamenti galanti col mezzo di contrasto: non è stato esattamente amore a prima vista.
Ti viene messo di fronte un altro scoglio da superare: la gastroscopia, dove usano quella cosa lunga e nera che ti arriva fino alle budella, qualcosa in stile Alien la clonazione. Non ne hai un buon ricordo: anni prima è stato un incubo a occhi aperti in cui ti era capitato di pensare – fra uno stimolo a vomitare e l’altro - che forse avevano sbagliato le dosi di sedativo e anche di anestetico. Magari è andata proprio così. Non hai voglia di ripetere l’esperienza, ma se ti tocca ti tocca!
Ti viene in mente che un conoscente del signor Richard A. Muller (autore del saggio “Adesso”) gli disse che secondo lui esistono tre tipi di preghiere: “Wow!”, “Grazie!” e “Aiuto!”.
Lo stesso Muller afferma di non capire la differenza fra le prime due, ma in quel momento l’unica cosa che puoi fare è pensare “Aiuto!”. Checché ne dica Muller che, per fortuna sua, ha affermato di avere più “Grazie!” da dire, che altro.
Ma la tua preghiera viene ascoltata: quegli angeli di dottoresse che ti fanno l’esame pensano bene di darti uno spruzzo in più di anestetico e forse anche un po’ di sedativo in più.
In seguito, nonostante i buchi nella memoria, realizzi che se tutte le gastroscopie fossero così sarebbe una passeggiata.
In effetti non ricordi di essere stato trasportato nella stanza di risveglio, né di esserti alzato per  sederti sulla carrozzella e nemmeno del tragitto fino al reparto.
Dal punto di vista dei ricordi è come se ti fossi teletrasportato dall’ambulatorio alla camera. Realizzi di avere un buco di almeno mezz’ora nella memoria.

Infine dopo una settimana, senti quello che avresti voluto sentirti dire fin dall’inizio: “Quando vuole può andare a casa.”
Adesso c’è un letto libero per qualcuno che probabilmente starà peggio di te, che te la sei cavata a buon mercato, rispetto a molti altri.
Ma tanto lo sai che si tratta solo di un rinvio.
Presto o tardi arriverà il momento in cui Atropo taglierà il filo. Magari la Parca se la starà ridendo: “Gli faccio credere di essere al sicuro e poi gli do la mazzata!”. Tanto soltanto lei le sue due sorelle sanno quanta sabbia è rimasta nella tua personale clessidra.
E dopo “Aiuto!” arriva il “Grazie!” per come sono andate le cose. E per aver visto gentilezza e competenza dove ce n’è bisogno. E per aver trovato chi – leggendo nella tua mente – ha fatto quanto poteva per farti sentire meno angosciato.
E impari che gli angeli non si trovano dove si sta bene, non li trovi nei momenti di gioia o relax e nemmeno quando ammiri un bel tramonto o quando ridi e scherzi nei momenti conviviali.

Li trovi dove servono.   

Commenti

  1. Bella storia. Nel mio secondo ricovero mi è andata più o meno liscia anche a me. La prima volta invece è stata terribile, soprattutto perché l'infermiera si è rifiutata di darmi un antidolorofico - nonostante il dottore avesse detto che potevo prenderlo- e ho passato l'intera notte tra dolori atroci. Quella volta non mi è andata per niente bene :) .

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  2. Posti come un ospedale danno molto tempo per riflettere, e anche apprezzare il lavoro di molta gente, che va anche oltre lo stretto necessario.
    Per quel che mi riguardo gli antidolorifici li hanno fatti subito in vena. Al questionario sulla gestione del dolore ho dato il punteggio massimo!

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