Di frasi fatte, di film e di esperienze personali


Ohibò! E’ già passato un mese dall’ultimo monologo!
Vabbè, il tempo passa, anche se a volte non è sempre facile farsene una ragione…


A volte capita di vedere qualche film alla tivù o al cinema e ripensare ai film nei quali sono state dette delle frasi che  - per qualche  ragione a noi sconosciuta e a ogni modo difficile da capire -  ci sono rimaste in mente.
Ora, è certo che se qualcuno va in Rete a cercare qualcosa sull’argomento di sicuro lo trova, qui però mi limiterei ai soli film che ho visto personalmente, quindi non troverete in questo post citazioni del tipo “Francamente, mia cara, me ne infischio!” (anche se, secondo logica, l’ho appena fatto).
Come sapete - e non è un segreto nemmeno per l’F.B.I., né per la Digos che, per come penso io, tutto sanno e tutto vedono – la fantascienza è uno dei generi che preferisco, ma non l’unico: mi piacciono anche film più “seri” (le virgolette non vanno intese in senso spregiativo, anzi) e quelli con una certa dose di comicità, meglio se demenziale.
Cominciamo con Alien 2. Adoro la scena della sveglia:

“Allora tesori, cosa state aspettando, il caffè al letto? Questa è un'altra splendida giornata! Una giornata nei Marines è come una giornata al grand Hotel, ogni pasto è un banchetto, ogni busta paga una fortuna, ogni formazione una parata, io adoro il corpo dei marines!”

Beh, quando ho fatto il militare io la paga era l’equivalente di 50 centesimi di Euro al giorno, poi portata all’equivalente di UN Euro (e già ci pareva di essere ricchi)!

Da non sottovalutare poi l’evoluzione delle intelligenze artificiali, anche questo è un tema che ho cercato più volte di esplorare nei miei scritti. Come dice Bishop:

Potrò essere sintetico, ma non sono stupido.

Ma la perla del film è senz’altro la scena che vede come protagonista il caporale Hicks, quando, avvolto dall’aureola del Santo Salvatore Dell’Umanità afferma senza alcuna titubanza:

Io dico che decolliamo e nuclearizziamo... Questa è la sola sicurezza

Tant’è che durante le partite a Risiko una delle frasi preferite quando uno sta per vincere la partita è proprio questa: Nuclearizziamoooooooo!

E per quanto possa sembrare trita e ritrita, la frase del replicante in Blade Runner mi è rimasta impressa fin dal primo momento, perché  - in quella pellicola - è la migliore dimostrazione di come il confine fra umano e intelligenza artificiale sia svanito. Ricordo di aver pensato qualcosa come: “Ma quello non è più un replicante!”

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.

Però anche nella fantascienza “seria” ci sono momenti divertenti, come in Terminator 2:

Terminator: Hasta la vista, baby.

John: Sì. Oppure "Ciao, stronzetto". E se qualcuno s'arrabbia tu gli dici "Frena", o fare delle combinazioni.

Terminator: Frena, stronzetto.

John: Perfetto! Visto che impari?

Terminator: No hay problema.

 …o anche commoventi. Mi è sempre rimasta impressa l’ultima frase di A.I., per quel che mi riguarda un assoluto capolavoro nel suo genere. Se non l’avete visto, ve lo consiglio. Ma se non avete voglia di commuovervi lasciate perdere, non fa per voi.

Anche David si addormentò e per la prima volta nella sua vita andò nel luogo dove nascono i sogni.

Per quanto molte persone considerino i film di guerra come fini a se stessi, in realtà a un ascolto attento – quello cioè in cui si riesce a separare quel che l’occhio vede da quel che l’orecchio sente – ci sono parecchi rimandi a quelle che sono situazioni attuali.
Da Full metal jacket:

Figliolo, ai miei marines io non ho mai chiesto altro che di obbedire a me come alla parola di Dio. Noi siamo qui per aiutare i vietnamiti, perché dentro ogni muso giallo c'è uno che sogna di diventare americano. È un mondo spietato, figliolo! Bisogna tener duro fino a quando passerà questa mania della pace!

E meno male che nel mio anno passato sotto la naia non ho trovato nessuno paragonabile al sergente Hartman!

Soldato Joker: "Sei proprio tu, John Wayne? E io chi sarei?"
Sergente Hartman: Chi ha parlato? Chi cazzo ha parlato?! Chi è quel lurido stronzo comunista checca e pompinaro che ha firmato la sua condanna a morte? Ah, non è nessuno, eh?! Sarà stata la fatina buona del cazzo! Vi ammazzo a forza di ginnastica, vi faccio venire i muscoli al buco del culo! Che ci potrete succhiare il latte senza cannuccia! Allora sei stato per caso tu, brutto stronzo?

Ah il Mitico Sergente! (nota1). E il non-senso di certe situazioni? E la confusione che impera in ogni recluta quando si pone certe domande?
Da Apocalypse Now:

Noi addestriamo dei giovani a scaricare napalm sulla gente, ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere "cazzo" sui loro aerei perché è osceno.

Lo dice il colonnello Kurtz (alias Marlon Brando). Dove sta la ragione? Dove la logica?
Ma un altro colonnello, il colonnello Kilgore, impersonato da Robert Duvall afferma:

Il napalm, lo senti? Non c'è niente al mondo che abbia questo odore. Mi piace l'odore del napalm al mattino. Una volta abbiamo bombardato una collina, per dodici ore, e finita l'azione siamo andati a vedere. Non c'era più neanche l'ombra di quegli sporchi bastardi. Ma quell'odore... sai quell'odore di benzina? Tutto intorno. Profumava come... come di vittoria. Un bel giorno questa guerra finirà.

Passiamo ai film dall’umorismo demenziale. Trascuro “Frankenstein junior” perché sarebbe perfino banale: mi limito a un paio di perle nel loro genere:
Top secret

In nomine patrem, spiritus morbosus, dios madre nepotes, omnia Gallia est divisa in tres partes, corpus dilecti duros, qui pro quo, veni vidi vici, ipso facto, habemus papam, resistentia te salutant, cammina de pari passu dietro amme, noli te tangere, noli te dicere, nonminterompere, e daje e vaje e faje e su e giù e su e ancora giù più su, et tempus fugit et toto cessat, caveat emp... ah... emptor, coitus interruptus, urges sangui, sangui sug, prom... promulien... che cazzus dicus, amen.

La prima volta che ho sentito il monologo in pseudolatinorum del prete credo che le mie risate abbiano sovrastato il suono degli altoparlanti del cinema…
Ma anche qui non si scherza:

Nick: Senti, non sono il primo che si innamora di una ragazza conosciuta in un ristorante che poi è la figlia di uno scienziato rapito e la deve lasciare al suo primo amore che lei vide per l'ultima volta su un'isola deserta e che 15 anni dopo risulta essere il capo della resistenza francese, non sono il primo.
Hillary: Sì, lo so, Nick... sembra proprio un bruttissimo film.
 
 
 Mi chiamo Hillary".
"Bello. Che significa?"
"Colei il cui seno sfida la forza di gravita'"

 …per i 30 secondi successivi il casino al cinema era tale per cui non sono capiti i dialoghi successivi (ma state sicuri che non aveva importanza)!
E come dimenticare i sempre mitici Blues brothers?

Jake: Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero... rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!

Sono 126 miglia  per Chicago. Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio, e portiamo tutt'e due gli occhiali da sole. (Elwood)
Vai! (Jake)

Ma ci sono citazioni che nel libro da cui il film è stato tratto…non ci sono! Come questa, da Still Alice. Nel libro non c’è, e non so perché il regista l’ha voluta inserire, ma mi è piaciuta parecchio. Anche stavolta…è difficile dirne il motivo:

Volo notturno per San Francisco: inseguire la luna attraverso l’America. Dio, quanti anni che non salivo su un aereo. Arrivati a 11.000 metri abbiamo raggiunto la tropopausa, la grande fascia di aria calma. Con l’ozono che è lì, soltanto a un passo. Sognavo di arrivarci. L’aereo ha superato la tropopausa, l’aria tranquilla, ed è giunto al bordo esterno, all’ozono sfilacciato e lacerato in brandelli consunti simili a vecchie tele di sacco. E questo era impressionante.
Ma ho visto qualcosa che potevo scorgere solo io per la mia capacità di scorgere certe cose. Anime stavano salendo, dalla terra, laggiù in basso.
Anime di defunti, di persone morte per la fame, per la guerra, Ie epidemie.
Salivano fluttuando come paracadutisti al contrario.
Con le mani sui fianchi, ruotavano e giravano. E le anime univano le mani, si agganciavano alle caviglie formando una trama, una grande rete di anime.
E le anime erano molecole di tre atomi d’ossigeno, erano di ozono. II bordo esterno le assorbiva ed era riparato. Perché niente è perso per sempre. In questo mondo c’è una sorta di progredire doloroso. Desideriamo ciò che abbiamo lasciato indietro e sogniamo ciò che è avanti, o almeno credo che sia così.

 Bellissimo.

Concludo con questa da Amabili resti, in particolare mi ha colpito l’ultimissima frase.
E con questa vi do appuntamento al prossimo post.

Mi chiamo Salmon, come il pesce, di nome Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il sei dicembre 1973. Sono stata qui ogni istante e, poi, me ne sono andata.

Auguro a tutti voi una vita lunga e felice

 

 

Nota 1: ho un magnifico ricordo del sergente I. : stavamo facendo addestramento al campo invernale. Stavamo imparando a fare un ponte di barche, sapete, quelle cose così utili non solo in guerra, ma anche quando ci sono terremoti e alluvioni. Perché, checché ne dica la gente, i militari sono sempre utili, anche in tempo di pace.
Dovevamo dividerci: una parte del gruppo doveva scendere un gradone e ricevere il pezzo di ponte da posare sulle barche (pesava circa 110 chili), mentre il resto doveva tenerlo finché i primi non l’avessero ben tenuto a loro volta, per poi scendere e continuare la posa sulle due mezze barche, unite per la poppa, che era piatta.
Successe che a uno di noi scivolò la presa e poi a un altro. Eravamo rimasti in due e non riuscimmo e mantenere il pezzo. Bisognava tenerlo: non l’avessimo fatto sarebbe caduto su quelli che aspettavano più sotto.
Me lo beccai sul piede destro: una fitta atroce, da fare i capelli bianchi, e poi l’intorpidimento a tutta la gamba. Non pensate che l’intorpidimento sia durato in eterno: dopo mezzo minuto vi assicuro che era passato. Eccome se era passato! E si sentiva!
Il sergente I. mi tolse lo scarpone e il calzino era tutto rosso. Allora mi prese in braccio e mi portò in camerata, a diverse decine di metri di distanza dal luogo dell’incidente, dove mi vennero date le prime cure per poi passare alcuni giorni all’ospedale militare di Udine.
Lo ricordo sempre con ammirazione e affetto.
Per la cronaca: andò di lusso ai commilitoni più sotto, che riuscirono a scansarsi, e a me, che persi solo tre unghie, ma le dita del piede rimasero intere.

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