Come si comincia un romanzo?


Il punto di domanda del titolo è in pratica obbligatorio: quel che scrivo potrebbe essere valido solo per me e per nessun altro.
Probabilmente i meccanismi che portano alla genesi di un romanzo sono simili per tutti; per quel che mi riguarda si tratta di idee che puntualmente scarto perché magari trite e ritrite, o magari sono anche buone, ma non riesco a superare quel gradino che trasforma un’idea in un romanzo. Ultimamente devo averne scartate una buona decina…
Del resto qualcuno ha detto che tutto è già stato scritto e che si tratta solamente (solamente?) di rendere in modo diverso un’idea vecchia.
Mah, sono e non sono d’accordo: in fin dei conti anche facendo zapping fra i vari canali che in prima o seconda serata propongono ogni sorta di telefilm poliziesco o thriller o giallo possiamo riconoscere dei tratti distintivi, comuni a tutti, ma in dettaglio ogni episodio è diverso dall’altro. Un po’ come dire che gli esemplari di Homo Sapiens sono tutti diversi fra loro pur avendo quattro arti, una testa, due occhi e via dicendo.
Penso si possa dire lo stesso per la scrittura, e ad ogni modo un appassionato di romanzi gialli ben difficilmente dirà che sono tutti uguali (e lo stesso dicasi per un appassionato di fantascienza come il sottoscritto).

Tutto questo per dire che la scena finale – quella da cui come sapete sono solito partire – è chiara nella mia mente. Il punto d’arrivo, la meta del mio viaggio.
Allo stesso modo ho trovato l’immagine che determina il punto di partenza: ho trovato “A” (da dove parto) e “B” (dove voglio arrivare).
In mezzo ci sono immagini e sogni da rendere reali, e non solo in quanto messi nero su bianco su un foglio tangibile – di carta - o sotto forma di nuvole di elettroni (immagine poetica, visto che negli attuali schermi di computer il cannone elettronico non si usa più ed è perfino bandito…e da parte mia sono del tutto digiuno sulla tecnica usata per la formazione delle immagini negli schermi attuali) che formano l’immagine a video delle lettere e dei segni d’interpunzione.
Ma perché quando leggiamo la nostra mente si trova di fatto in un altro mondo che accettiamo per vero, al punto che ci arrabbiamo o ci commuoviamo al leggere di certe scene o anche ci scaldiamo al punto di esclamare il nostro disappunto o approvazione. Proprio come se ci trovassimo in una situazione reale.
In un certo senso  - come accennato mesi fa – il libro prende una sua vita, una sua autonomia: una volta che hai scelto un percorso e lo esplori, escludi tutte le altre possibilità; un argomento che ho affrontato di sfuggita anche nel romanzo “Un  filo di luce nel cielo” e che Enrico Facco ha illustrato graficamente nel suo “Esperienze di premorte” (più precisamente a pagina 271 del testo).
Ad ogni modo, per non uscire fuori tema, adesso che ho stabilito i punti di entrata e d’uscita del possibile futuro (possibile, non probabile!) devo scegliere il percorso. Quanto sarà contorto non è dato sapere, né a me né a nessun altro: io condurrò per mano la storia nel modo migliore possibile secondo le mie capacità fino ad arrivare al punto B.
Il resto – in un certo senso – lo deciderà la storia stessa, un po’ come se fosse dotata di una propria volontà.  
Il buon Terry Brooks  - nell’ormai lontano 2003 – diede alle stampe un breve saggio sulla scrittura dal titolo “A volte la magia funziona”.
Magari ha anche ragione!
Quanto durerà la scrittura? La risposta più onesta che posso dare è un bel “BOH!”. Ma non è importante.
Adesso devo solo cominciare.
Solo?
 

Commenti