Le assurdità della Rete e "Rito di passaggio"


Come sempre, quando l’estate si avvicina, si va alla ricerca di qualche lettura piacevole e rilassante (quest’ultimo aggettivo con riserva, perché se a qualcuno piacciono i libri horror/splatter non si può dire che sia propriamente rilassante, ma forse per l’interessato è così).
E dunque faccio un salto su gugol e digito aperte virgolette migliori libri fantascienza 2018 chiuse virgolette e mi trovo questo:
 

Notare che “Il diario di Sabet” risulta terzo nella ricerca!
Ora, come detto parecchi post fa, non so come sia strutturato l’algoritmo di ricerca di gugol, e in effetti in un altro sito trovo  - grosso modo – la stessa lista, ma riferito alle uscite di fantascienza del 2018, che forse è più pertinente.
Stante che al momento non ho idea di come vadano le vendite del cartaceo del “Diario di Sabet” (questo potrò saperlo fra qualche mese), nella lista presentata ho notato la preponderanza di titoli di autori italiani.
E’ un bel segno: la fantascienza italiana nonostante tutto, e nonostante l’impari lotta con autori stranieri affermati e di tutto rispetto, mostra di essere vitale e – spero – con molte buone idee.     
E’ pure un dato di fatto che non si può leggere tutto: nel mio caso, essendo interessato anche alla saggistica e non disdegnando qualcosa di narrativa, leggere ogni novità è davvero impossibile: occorre fare una scelta.
D’altro canto ho l’impressione di essere in buona compagnia, e nella lista vedo libri editi da Delos Store, Odissea Digital e altri che non sfigurano di certo di fronte a editori più blasonati.
E’ vero, alcuni di essi rientrano nella categoria dei romanzi brevi (meno di un centinaio di pagine e in formato elettronico) ma è ad ogni modo indice di una buona vitalità nel settore.
E per rimanere in tema di non sapere quali sono i criteri adottati, parlerò brevemente dell’ultima uscita di Urania Collezione: il n. 184.
Scritto verso la fine degli anni ’60 da Alexei Panshin, “Rito di passaggio” è un libro che quell’anno vinse il premio Nebula.
 
Stando alla quarta di copertina, perfino battendo un libro di Dick (quello conosciuto in futuro come “Blade runner”) e “Tutti a Zanzibar” di John Brunner.
Ora, parlo per me, e mi sta bene che il romanzo di Panshin abbia battuto P. Dick (tanto lo sapete come la penso; se non lo ricordate basta leggere qualcuno dei miei passati post); ma che sia stato dichiarato vincitore davanti al libro di Brunner…lo trovo assurdo!
Rito di passaggio” è tutto sommato un buon romanzo, originale e tutt’altro che banale: affronta tematiche di ampio respiro ed è scritto davvero bene.
Quel che non va – e che a mio parere suona più come un saggio dell’autore più che come un romanzo – sono i pistolotti filosofico-morali. In particolare verso al fine dello scritto.
Ma ci potrebbe stare, anzi ci sta: il romanzo è scritto in prima persona e di conseguenza è naturale che il protagonista ci possa infilare le sue personali opinioni (e ci mancherebbe).
Quel che non va – ripeto, mia opinione – è che la protagonista ha 14 anni!
E passi pure se si trattasse di 14 anni marziani, che durano il doppio dei nostri, ma sono proprio 14 anni secondo il calendario terrestre.
Ora, stante che a quell’età uno sa a malapena di essere al mondo (tutto sommato siamo poco dopo l’inizio della presa di coscienza dell’individuo, quella fase in cui smette di subire passivamente i fatti della vita e comincia a ragionare e a rendersi conto di esistere, di avere un ruolo, di poter compiere delle scelte); i ragionamenti presenti nelle ultime pagine del romanzo non ce li vedo proprio in bocca a una quattordicenne, sebbene si possa trattare di un individuo particolarmente dotato. Ci potrebbe stare anche questo, ma ne dubito.
Ma un’altra cosa che mi ha lasciato interdetto è che la fase preparatoria arriva fino a pagina 169, mentre la Prova va da pagina 170 a pagina 223 (compresa la parentesi erotico/romantica fra due verginelli, ma con tanto di dialoghi da adulti più che navigati), con un epilogo che avrei visto bene in una persona ben più anziana (diciamo almeno diciott’anni e non me ne vogliano i diciottenni se li chiamo “anziani” prendetelo come un complimento: in fin dei conti nessuno a 18 anni vuole essere considerato meno che adulto, no?).
Dunque: ben 169 pagine di descrizione della società della Nave e 53 (annessi sentimentali compresi) per l’evento più importante del romanzo.
Vabbè. Torniamo al libro di J. Brunner: lo considero varie spanne avanti rispetto a “Rito di passaggio”.
 
Tutti a Zanzibar” è un romanzo semplicemente devastante, terribile, incredibilmente terra terra, crudo e al tempo stesso pieno di sentimento e pietà; un romanzo che riesce a farti capire tutto senza discorsoni filosofici, ma mettendo il lettore di fronte a fatti e dialoghi che valgono più di mille parole (scusate la frase trita e ritrita). Quando l’hai finito ti dà da pensare.
E ci sarà pure un motivo se “Rito di passaggio” (ripeto, scritto benissimo e molto migliore di quel che scrivo io) finisce su Urania cinquant’anni dopo, mente il romanzo di Brunner finisce stampato nientepopodimeno che da Editrice Nord in Cosmo Oro nel 1988…trent'anni fa.  
   
 

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